Una bella iniziativa

Tutte le settimane presso la nostra mensa viene celebrata, dopo la distribuzione serale del pasto, la santa messa a cui partecipano sia i volontari sia gli ospiti, sia italiani che stranieri portatori della loro cultura con i loro canti, le loro preghiere, le loro musiche nell’attuazione della frase: 

“se condividiamo il pane terreno in mensa … come non condividere il pane celeste al termine della cena?”

La celebrazione viene effettuata a giorni alterni nell’arco della settimana per permettere a tutte le serate di usufruire di questa bella opportunità.

Ringraziamo Don Davide che, con entusiasmo, si è fatto portatore di questa ulteriore iniziativa, affiancata alla sua già impegnativa opera di pastore nella sua parrocchia.

40° anniversario apertura della mensa

Sabato 13 Dicembre 2017 presso il Teatro Cinema Tivoli con la presenza del nostro Arcivescovo Matteo Maria  Zuppi e del relatore Paolo Curtaz, abbiamo festeggiato il quarantesimo anniversario dell’apertura della nostra mensa organizzando un convegno dal titolo:

“Molti non vi conoscono e hanno paura”

Siamo fermamente convinti che manifestazioni come questa siano la migliore testimonianza del nostro lavoro quotidiano, di come si formi e si costruisca il volontariato.

Il titolo del convegno è estremamente accattivante e intrigante anche per i non addetti ai lavori.

Un Convegno è, infatti, anzitutto, una pagina di Chiesa, l’occasione per sentirci legati in un’esperienza di comunione che, nella particolarità delle nostre rispettive diocesi, dà forma ad una straordinaria ricchezza fatta dal dono della fede e della carità, nella vita dei singoli e delle comunità, nelle esperienze e nelle tradizioni che possediamo, nelle iniziative pastorali e culturali, nella responsabilità e nella cura dei beni che ci sono affidati e nel loro evangelico utilizzo.

La competenza e l’esperienza del relatore, l’interazione partecipe e intelligente dell’assemblea, ci hanno consentito di intuire nuove opportunità sia negli atteggiamenti e nelle attenzioni da avere, sia nelle scelte da fare, ancorché ci chiedano, interpretando il cambiamento, di superare giudizi desueti, collocazioni e prassi obsolete.

Riportiamo di seguito il discorso di apertura del nostro Presidente don Davide Marcheselli, che interpreta molto bene lo spirito con cui è stato organizzato il convegno ed espone la storia della mensa in una serie di passaggi da ieri al futuro.

“Carissimo vescovo Matteo e Autorità civili e religiose qui presenti,
carissimo Paolo Curtaz ospite speciale di questo pomeriggio
carissimi volontari e amici a vari livelli della mensa,
e voi tutti qui intervenuti

a nome della Fondazione San Petronio desidero darvi il benvenuto a questo convegno che si svolge nell’occasione del quarantesimo anniversario dell’apertura della mensa della fraternità che opera nella nostra città di Bologna dal 13 dicembre 1977.

La Fondazione San Petronio, che è l’istituzione che attualmente gestisce la mensa della Fraternità in stretto contatto e collaborazione con la Caritas diocesana, ha ritenuto opportuno non perdere l’occasione di fare memoria dei primi quarant’anni trascorsi da quando la mensa ha cominciato a lavorare, a motivo della preziosità delle occasioni come questa. E ha pensato di farlo con la modalità del convegno perché è sempre utile quando si fa memoria avere l’opportunità di fermarsi a riflettere per vedere il percorso fatto e rilanciare il cammino futuro.

Il titolo che è stato scelto per il nostro convegno è molto adatto alla occasione che celebriamo e viene direttamente dalle parole di Francesco, il nostro papa, che nella sua visita all’hub di via Mattei il 1° ottobre di quest’anno così si esprimeva nei confronti delle persone ivi ospitate: “Molti non vi conoscono e hanno paura. Questa li fa sentire in diritto di giudicare e di poterlo fare con durezza e freddezza credendo anche di vedere bene. Ma non è così. Si vede bene solo con la vicinanza che dà la misericordia. Senza questa, l’altro resta un estraneo, addirittura un nemico, e non può diventare il mio prossimo”.
Queste parole – che avevano come diretti interessati i fratelli e le sorelle migranti accolti all’hub – ci sono sembrate estendibili a tutti i fratelli e sorelle che ogni giorno siedono alla tavola di san Petronio e al tipo di relazione che con essi si desidera instaurare da parte di chi la mensa la gestisce e di chi viene ad operare in essa come volontario.
Abbiamo quindi chiesto al nostro illustrissimo relatore Paolo Curtaz di aiutarci a riflettere su di esse e lo ringraziamo per aver accettato il nostro invito ed essere qui con noi oggi.

Ma prima di cedere la parola al vescovo Matteo e poi a Paolo vorrei dare uno sguardo veloce al passato, al presente e al futuro della mensa.

IERI

La Mensa apre i battenti il 13 dicembre 1977 (anno in cui altre belle istituzioni ecclesiali nascono nella nostra città: la Caritas e la Scuola Teologica per Laici di cui per entrambe abbiamo fatto da poco la il ricordo dell’istituzione; e per la mia storia personale mi piace ricordare che fu anche l’anno in cui nella missione bolognese di Usokami si inaugurò il nuovo dispensario) voluta dal vescovo di Bologna di allora – il cardinal Antonio Poma – come segno del Congresso Eucaristico di quell’anno. Egli stesso ricordava che “siamo partiti dal Congresso, trepidanti per la sorte spirituale e sociale dei giovani; impegnati a porre un segno evidente del nostro impegno comune (a favore degli oppressi): la mensa della Diocesi; desiderosi di rendere possibile l’accoglienza e l’assistenza per chi si trova in necessità. Ben consapevoli delle nostre poche forze, siamo però convinti che il Signore può servirsene, se ci trova disponibili, costanti e coerenti nell’amore”.
La mensa è quindi un fatto di Chiesa: espressione di una comunità credente che dalla celebrazione Eucaristica prende forza per accogliere, assistere, ma soprattutto condividere con chi è nel bisogno, fidandosi dell’aiuto del Signore, cioè della Provvidenza.
Le radici profonde della mensa partono però da un po’ più lontano, prima del 1977. Esse sono da cercare in Friuli, nel 1976 ai tempi del triste terremoto che mise a dura prova quella terra. Molti bolognesi partirono (mandati dalla chiesa di Bologna verso la Val di Resia con cui ci si era gemellati) in più momenti per andare ad aiutare le persone colpite dal sisma. Quell’esperienza fu per molti l’occasione per aprire gli occhi sulla sofferenza umana e fomentò il desiderio – ritornati a Bologna – di mantenerli aperti verso i sofferenti meno visibili ma pur presenti della nostra città. Su questo loro desiderio e intento si appoggiò la decisione della chiesa bolognese ratificata dal Vescovo al termine del Congresso Eucaristico di aprire ufficialmente la Mensa: ma essa era – per così dire – già sorta dal basso per custodire e sostenere i sentimenti di giustizia e solidarietà nati nei cuori di coloro che erano stati in Friuli. Questi sentimenti erano poi condivisi anche da tanti bolognesi che in Friuli non erano andati ma respiravano l’aria diffusa in quegli anni in tante parti della vita ecclesiale e civile: aria di impegno civile e di attenzione agli ultimi.
Questi sentimenti – che potremmo definire di giustizia sociale – si concretizzarono alla mensa in piccole/grandi cose. Per dire un dato tra i tanti: nel cancellare la dialettica “noi – loro” nelle relazioni tra chi gestiva la mensa e gli ospiti per trasformare tutto in un unico grande “noi”. Che prese poi la declinazione di “fraternità” che fino ad oggi definisce la forma specifica della mensa di san Petronio. Si pensi solo alla stessa modalità di offerta del pasto non a self service ma “a servizio al tavolo”: da mano a mano con maggiore possibilità di contatto fraterno con gli ospiti

OGGI

Da quei tempi sono passati quarant’anni e tante cose sono cambiate alla mensa soprattutto a causa del bisogno di adeguamento al cambiamento dei tempi:
• gli ospiti sono aumentati (2016: mensa pasti 60.000; 2017 a novembre: mensa pasti 55.104)
• si è differenziata la loro provenienza (dai soli italiani dei primi tempi, piano piano il volto è sempre più internazionale);
• il volontariato si è ampliato e fortemente organizzato (oggi si contano circa 150 volontari distribuiti nell’arco delle sette serate della settimana coordinati da due responsabili per ogni serata e guidati dall’ottima Franca Trebbi in Suzzi);
• gli ambienti non sono più gli stessi (da via Nosadella si passò / ritornò a Strada Maggiore per poi approdare in via Santa Caterina);
• la gestione si è strutturata maggiormente fino ad arrivare alla costituzione di una Fondazione con un Consiglio di Amministrazione, un Direttore della mensa (nella persona di Daniele Iseppi) e del personale dipendente che collabora con i volontari;
• il reperimento del cibo e la sua preparazione si è trasformato (oggi circa il 90% dei pasti provengono dal circolo virtuoso del recupero grazie all’aiuto profuso dai volontari e dipendenti che al mattino fanno il giro a recuperare il cibo da varie aziende)
• i servizi sono stati ampliati:
o servizio docce: 2016: 2.809 capi di biancheria intima; 2017 a novembre: 2.631
o barberia: 2016: 375; 2017 a novembre: 327
o sacchi a pelo: 2016: 205; 2017 a novembre: 180
o sportine per famiglie bisognose: 2016: 1.352; 2017 a novembre: 1748
o punto di incontro in tre pomeriggi a settimana
o altre 4 piccole mense parrocchiali che si sono agganciate a noi
o cure odontoiatriche
o Fondo per il lavoro affidato alla cura di Teresa Marzocchi
Tutto questo si è verificato però cercando di non perdere mai di vista – anzi col fine di agevolare – il desiderio di costruire sempre più giustizia e fraternità intorno alla mensa della Caritas.
Anche la ripresa recente della celebrazione eucaristica settimanale va in questa direzione. Si celebra insieme ad alcuni ospiti portatori della loro cultura con le loro preghiere, i loro canti, le loro musiche desiderando attuare una benefica inversione della frase di Lercaro: “se condividiamo il pane celeste … come non condividere il pane terreno?” che noi decliniamo: “se condividiamo il pane terreno in mensa … come non condividere il pane celeste al termine della cena?” (A questo proposito la recita del Padre nostro in varie lingue contemporaneamente è una cosa coinvolgente e bellissima e davvero capace di dimostrare che – essendo tutti figli dell’unico Padre – siamo tutti fratelli e sorelle).

DOMANI

Lo sguardo al futuro che l’occasione odierna ci spinge a dare che connotati ha? Io personalmente sogno la chiusura della mensa. Ovviamente proprio per quel senso di giustizia e fraternità che portò quarant’anni fa ad aprirla e nel corso di questi anni a migliorarla. Che bello sarebbe un mondo – e una chiesa – dove i fratelli si fanno carico gli uni dei bisogni degli altri fino ad eliminare le povertà o ad inglobarle in relazioni di aiuto che portano a ghettizzare sempre meno e a vivere sempre più in armonia ed uguaglianza. Ma so bene che un mondo così e – ripeto – una chiesa così non è proprio dietro l’angolo. E allora ritengo importante una mensa in cui lo spazio di fraternità dato dal mangiare insieme ospiti e volontari venga recuperato anche a costo di allargare le stanze o di spargere più mense sul territorio della città magari meno capienti ma più capaci di dare alla condivisione effettiva del pasto una possibilità concreta. Questo anche nella prospettiva di una maggiore collaborazione con chi opera nella stessa direzione sia dentro che fuori gli ambienti prettamente cattolici (Antoniano e Cucine popolari in primis).”

Omelia del Cardinale Carlo Caffarra durante la celebrazione della Messa del 13 settembre presso la Fondazione San Petronio

Ascoltando la lettura del Vangelo, avrete notato come Gesù cambi completamente atteggiamento  nei confronti di Pietro.

Primo momento. Gesù chiede agli apostoli che cosa pensano di Lui. Pietro risponde: «tu sei il Cristo». Anche l’evangelista Matteo narra lo stesso episodio, ma al racconto che abbiamo ascoltato di Marco, aggiunge un particolare assai importante. Alla risposta di Pietro, Gesù dice: «beato sei tu, Simone di Giovanni. Non il sangue e la carne te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». Pietro è un uomo favorito dal Padre, perché il Padre gli svela chi è Gesù.

Secondo momento. Gesù rivela agli apostoli il mistero della sua passione e morte. Egli, ilMessia [il Cristo], non avrebbe avuto una fine gloriosa ma ignominiosa. Tutti pensavano che il Regno del Messia sarebbe stato un regno più splendido di gloria umana di ogni altro regno. Gesù dice che Egli  dovrà passare attraverso sofferente ed umiliazioni. Pietro, che condivideva le idee comuni, «lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo». Ed ecco come Gesù gli risponde: «lungi da me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».Quale differenza di trattamento! Poco prima Pietro aveva ricevuto una luce divina e pensava come il Padre che è nei cieli. Ora Pietro pensa come tutti, e in lui è Satana stesso che parla. Che cosa ha causato in Pietro il passaggio dalla Luce al potere delle tenebre? Non aver accettato che Gesù potesse percorrere una via di umile servizio per la nostra salvezza.

2. La pagina evangelica parla non solo di Pietro, ma anche di noi e a ciascuno di noi. Gesù infatti dice che anche il suo discepolo dovrà seguire la via del Maestro: «se qualcuno vuole venire dietro di me rinneghi se stesso». Che cosa significa “rinnegare se stesso”? Non seguire nel proprio modo di vivere tendenze contrarie al Vangelo, all’insegnamento di Gesù. IL “se stesso” che deve essere rinnegato è ciò che in noi, nel nostro cuore, si oppone al Vangelo. Gesù non è venuto per essere servito, ma per servire.

Ascoltatemi bene. Pietro aveva proclamato la vera fede in Gesù, ma non aveva accettato la conseguenza pratica. La fede genera una vita nuova, se no a che giova? Avete sentito bene che cosa ci dice l’apostolo Giacomo nella seconda lettura. Ve lo rileggo: «che giova…». Voi avete scelto di seguire Gesù nel più umile dei servizi: assicurare un pasto quotidiano ai più poveri dei poveri, coloro che non hanno nulla da mangiare. E Gesù ha detto che quando si dà da mangiare ad un povero si dà da mangiare a Gesù.

Voi infatti compite quest’opera di misericordia a nome della Chiesa, in ragione della vostra fede. Non lasciatevi sradicare da questo terreno. Non confondete mai la carità della Chiesa coll’assistenza sociale: sono due attività profondamente diverse, anche se all’apparenza uguali. La seconda di solito ha bisogno della burocrazia, e la burocrazia è la morte della carità. Non siete neppure un operatore dell’assistenza sociale: voi servite il povero non per mandato e a nome del Municipio, ma per mandato e nome di Gesù. Come è bella la preghiera colla quale abbiamo iniziato questa Eucarestia! «o Dio…fa che sperimentiamo la tua misericordia». Sì, abbiamo bisogno profondo di fare questa esperienza. In ordine a che cosa? «per dedicarci con tutte le forze al suo servizio»: avendo ricevuto misericordia, anche noi siamo misericordiosi verso i nostri fratelli più poveri. Così sia.

l Cardinale Caffarra è venuto a trovare i nostri poveri a Palazzo d’Accursio

Sulla Repubblica Online del 15 Agosto un articolo (lo puoi leggere qui) ci parla del pranzo dei poveri a Palazzo d’Accursio, 220 persone “a tavola con un menù che prevedeva maccheroni pasticciati, pollo e patate arrosto, verdure saltate, acqua, aranciata e frutta”.

cafarra

A sorpresa verso le 12.30 è arrivato anche monsignor Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, accolto da Paolo Mengoli e da Marco Minella, storiche figure di Caritas e Camst. “E’ la prima volta che vengo al pranzo organizzato qui in questo bellissimo cortile, credo che questi gesti di accoglienza facciano parte da sempre dell’animo bolognese – ha detto Caffarra dopo aver fatto il giro dei tavoli, scambiando saluti e battute con i commensali -. Ho detto loro che queste sono occasioni conviviali per conoscersi e per accrescere il senso dell’amicizia e della fratellanza e ho augurato loro un buon Ferragosto”.